|
 |
Capri
Capri vent’anni fa in una Video-performance
“Pic-nic a Capri”, una performance che venti anni fa vide
protagonisti sei artisti di diverse nazioni, provenienti
dalla Germania, dalla Bulgaria, dalla Spagna, dal Giappone,
dal Kuwait e dalla Corea, sarà proiettato nella
straordinaria cornice dei Giardini di Augusto, martedì 11
agosto alle ore 20.00. L’evento promosso dall’Assessorato
alla Cultura e Turismo della Città di Capri, in
collaborazione con l’Associazione Antemussa-L’isola della
Conoscenza, e l’archivio Pari e Dispari di Rossanna Chiessi
è uno degli appuntamenti de “Le Quattro Stagioni di Capri”
una rassegna culturale-artistica dal Comune, che l’assessore
alla Cultura Marino Lembo ha voluto realizzare in
collaborazione con le associazioni, gli enti e i nomi dei
grandi artisti di tutte le discipline, mettendo in piedi un
cartellone di tutto rispetto.
Pic-nic a Capri è uno di questi tasselli importanti, che
martedì farà rivivere quelle atmosfere e quel clima che
sull’isola si viveva 20 anni fa e la bellezza dei luoghi che
vennero individuati dagli artisti per la loro performance.
Lo Scoglio delle Sirene a Marina Piccola, le sale del
palazzo municipale in piazzetta, la bellezza delle colline
di Tuoro e le straordinarie linee architettoniche di Villa
Malaparte. Tutto ciò è raccolto nella video performance che
sarà proiettata all’imbrunire sulla terrazza dei Giardini di
Augusto con i Faraglioni da un lato e via Krupp dall’altro
con in sottofondo le letture di Paolo Federico e
l’intervento musicale di Riccardo Pecoraro, e le sue quattro
canzoni per Capri.
Margaret Raspé, Colazione all’alba.
Ispirandosi all’immaginario dell’artista surrealista italo
francese Leonor Fini, pittrice e protagonista essa stessa di
eccentriche composizioni, Margaret Raspè fa calcare grandi
cappelli ai suoi attori e inscena una colazione immersa tra
le acque limpide degli Scogli delle Sirene. Nello stesso
tempo, gioca con Le dejeuner sur l’erbe di Édouard Manet,
aggiungendo al fascino e al mistero di questa opera un
ulteriore fonte di straniamento. L’artista crea un grande
tableaux vivant in cui tutto ha un ordine e una
collocazione, proprio come in un dipinto; e gli attori
sembrano i modelli di una composizione pronta ad essere
immortalata dai pennelli. I partecipanti possono mangiare
solamente frutti rossi e gialli, ma l’atto di mangiare è
soltanto una delle tante possibilità di relazione con il
cibo, che diventa decorazione, indumento e colore. Mentre il
pasto si consuma gli attori nuotano, disegnano, comunicano.
A uniformare la pluralità dei gesti e dei punti di vista è
il suono, uniforme e dilatato come può essere un suono che
attraversa l’acqua; è l’acqua infatti la vera protagonista
dell’opera di Margaret Raspè perché oltre ad essere la
superficie che dà il senso all’azione, è allo stesso tempo
superficie da dipingere e colorare, in questo microcosmo
ordinato in cui nulla è posto a caso e ogni cosa entra in
relazione con le altre.
Alzek Misheff, Frammenti e Fermenti.
Pittore e performer di origini bulgare, nasce a Dupniza nel
1840. Nel 1971 fugge dal suo paese per arrivare Italia; tra
le sue esperienze si ricorda la partecipazione alla Biennale
di Venezia nel 2000 e nel 2007. Per Picnic a Capri Misheff
realizza Frammenti e fermenti nei locali della Sala
Comunale; titolo singolare che conferisce il ruolo di
protagonista allo yogurt e che in realtà, a sua volta, è
espediente confondere pittura e azione e rappresentare lo
spettatore al centro stesso dell’opera. Mentre le persone
infatti confluiscono nelle sale, mangiando le loro ciotole
di yogurt Misheff le fotografa, proietta i loro volti su un
telo e ne riproduce i lineamenti; i teli sono appesi tra gli
spettatori stessi e man mano se ne aggiungono altri. La loro
presenza si amplifica attraverso la pittura e nello
svolgimento dell’azione sono protagonisti in senso pieno,
presenti e rappresentati al tempo stesso.
Esther Ferrer, Le cose.
L’artista spagnola Esther Ferrer in questa performance
rappresenta uno degli aspetti che fonda il nostro rapporto
con il mondo degli oggetti, tanto nel cibo come in qualsiasi
altra attività. La nostra relazione con Le cose si fonda
sulla nostra volontà di appropriarci di loro, sia per quanto
riguarda la loro utilità pratica che per prendere possesso
razionalmente della natura e delle leggi che le
caratterizzano; conoscere le cose è ovviamente un modo di
appropriarsi di loro. Per questo motivo, con un’ironia che
sfiora la comicità surreale, la Ferrer mette in scena questo
processo mischiando e confondendo il valore strumentale
delle cose (il rapporto pratico, fisico che instaurano con
il nostro corpo), alla loro identità concettuale (il
rapporto che instaurano con la nostra mente); il risultato è
che, distillando fino all’osso questo doppio registro, le
cose con tutta la loro fisicità entrano in contatto con la
sede fisica delle nostre menti: la testa.
Hi-Ah, Sul-Pu-ri.
La ballerina coreana Hi-Ah, già collaboratrice di Nam June
Paik, fa incontrare oriente ed occidente sul terrazzo di
Casa Malaparte; in questa ambientazione, pur così
mediterranea, Hi-Ah compie la danza sciamanica tradizionale
della sua terra senza che si avvertano distanze culturali
tra le due grandi tradizioni che qui annullano le loro
specificità diventano una cosa sola. Il rito travalica le
particolarità geografiche nel riferirsi alla grande fonte
della vita e divinità primigenia di ogni popolo, il Sole, a
maggior riprova che la primitiva e originaria forza
dell’arte è quella di poter trasformare la natura e le sue
forze in linguaggio, parola, movimento e figura.
Takako Saito, Mentre il riso cuoce.
Anche l’artista fluxus Takako Saito si cimenta con un
rituale primigenio in cui non esistono parole ma soltanto
suoni, richiami, gestualità. Attorno alla pentola che è il
vero fulcro della performance, mentre il riso cuoce, gli
attori si preparano al momento della condivisione del cibo
compiendo azioni rituali, istintive, solitarie poi corali
attraverso l’armonia dei suoni e dei versi. Takako Saito
rappresenta, con il filtro dell’arte, la banalità e talvolta
l’insensatezza delle azioni quotidiane nella loro valenza
ordinaria, ripetitiva, compiuta quasi senza cognizione e
senza pensiero. In questa performance non accade nulla e
nulla deve accadere perché il tempo dell’azione è
semplicemente l’attesa di qualche cosa che sta per accadere
ma che non è ancora accaduto; “mentre il riso cuoce” infatti
i movimenti iniziano, sembrano portare a qualche cosa ma
finiscono per non avere un termine né sfociare in un
qualsiasi atto decisivo. Sono semplicemente atti che
ingannano il tempo, o al più preparano a quello che è il
momento decisivo: l’atto conviviale.
Fatma Lootah, Omaggio al mare.
Fatma Lootah proviene dal Kuwait, ama la sua terra e le sue
tradizioni ma da essa fugge per esprimere, da donna, il suo
talento artistico in piena libertà. La sua performance è
infatti una rappresentazione vitalistica e allo stesso tempo
dolorosa e sofferta, riprende riti antichissimi di
sacrificio attraverso una processione scandita dal ritmo del
passo degli attori e dalle varie stazioni; riti che da una
parte si rifanno a tradizioni particolari, dall’altra
contengono segni e passaggi comuni a tutte le culture (la
processione, il lavaggio dei piedi, il sacrificio
dell’animale e il potere purificatore del sangue). L’acqua,
il colore e il sangue ad ogni tappa successiva purificano la
giovane attrice nel cammino discendente che porta verso il
mare per prepararla, immacolata, all’incontro con la
divinità, simboleggiando i passaggi della vita e il
definitivo distacco da essa. Al termine, la giovane vittima
scompare tra i flutti e il mare rimane l’unica presenza,
quasi a ribadire la sua serafica indifferenza ai destini
degli uomini.
|