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Diocesi Salerno
Mons.Moretti: "Non
dimentichiamoci del Festeggiato"
“La
luce del Natale viene da lontano, ma trapassa e travalica i
tempi. Siamo chiamati più che mai a vivere il nostro presente,
guardando però oltre con fiducia e speranza” (Luigi Moretti;
lettera per il Natale 2011).
“Non dimentichiamoci del festeggiato!” è la lettera con la quale
l’arcivescovo Moretti “bussa alle case” e desidera sedersi,
innanzi all’ideale camino, per intrattenersi a dialogare con
ogni famiglia.
Il messaggio, che segue quello già scritto lo scorso anno, vuole
essere il prosieguo di quel colloquio intrapreso alla luce del
Natale, e, nello stesso tempo, vuole manifestare le
preoccupazioni di un Vescovo per la sua gente, offrendo a
ciascuno una certezza: Gesù Cristo.
NON DIMENTICHIAMOCI DEL FESTEGGIATO!
Quella notte di duemila anni fa, quando la storia del mondo aprì
il suo capitolo più nuovo e straordinario, è giunta fino a noi
accompagnata dall'immagine di un silenzio cosmico: la terra si
fermava, e quasi tratteneva il respiro, per accogliere il più
grande di tutti i nati: uomo, della stessa natura di tutti noi,
inviato, come messaggero del Padre, a salvare tutto il genere
umano.
Solo il silenzio poteva reggere lo stupore. Uno stupore che non
si è spento e di cui sentiamo ancora l’eco, come quello di una
notte senza fine che però non aveva bisogno di luce; una notte
più sfolgorante di tutti i giorni che l'avrebbero seguita, come
a perpetuarne l’unicità e a sancirne l’eternità.
È stata la notte della rigenerazione per l'intera umanità, che
ha visto sorgere il nuovo Adamo e ha dato così inizio a una
nuova storia, della quale siamo diventati eredi diretti. Siamo
stati rivestiti di una nuova dignità. Attraverso la venuta del
Figlio siamo diventati la generazione dei figli. “E che voi
siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo
Spirito del suo Figlio, il quale gridò: Abbà Padre!” (Gal 4,6).
Mai come da quella notte l'uomo è stato dentro la sua storia.
Nel clima accogliente e familiare che l'attesa del Natale crea
in ogni comunità - a cominciare dalla prima e dalla più
naturale, la famiglia - sento di dover rivolgere il mio augurio
di Pastore della Chiesa che è in Salerno - Campagna - Acerno,
condividendo con ciascuno di voi alcune riflessioni che, spero,
potranno rinsaldare, in primo luogo, quei vincoli di affetto e
di stima maturati nel corso di questo mio primo anno di
permanenza nella nostra bella e amata diocesi.
In qualche modo vorrei dar seguito a quella lettera che, un anno
fa, dopo l’ingresso in diocesi, rappresentò la prima occasione
di un colloquio rivolto, nella luce del Natale, alle donne e
agli uomini del nostro territorio. Un colloquio innanzitutto
cordiale e aperto, come quello di una famiglia riunita, una
volta tanto, davanti al camino, luogo simbolico di
quell'esercizio del dialogo che, paradossalmente, viene talvolta
ostacolato dall'invadenza di mezzi chiamati a favorire la
comunicazione.
Con il tempo di Avvento che prepara lo spirito e segna il
cammino verso le solenni celebrazioni liturgiche fino al culmine
della Notte Santa, come potrei non aprire questo nostro
colloquio cercando di mettere tra noi, come trama di verità, lo
spirito autentico del Natale?
Lo sapete, lo vedete bene - e talvolta la visione non è solo
sgradevole, ma provoca addirittura “scandalo”- esiste anche uno
spirito falso del Natale. Nessun’altra solennità, come questa,
ha subìto -non da oggi e non solo nella nostra terra- un assedio
così forte e devastante. Di fronte alla vasta crisi in atto, vi
è il rischio di andare completamente fuori tema; di parlare una
lingua diventata, per molti, non solo incomprensibile, ma
stonata e del tutto avulsa dalla realtà che tutti ci troviamo a
vivere.
La crisi economica, quando non l’ha già fatto, sta cambiando le
nostre vite. Difficoltà ad arrivare a fine mese, indigenza e
disoccupazione sono problemi che riguardano fasce sempre più
ampie della popolazione, a causa della difficile congiuntura
economica in atto nel nostro Paese. Sul piano sociale si è di
fronte a una vera e propria emergenza. Pur nelle apparenze di un
certo decoro esteriore, sappiamo bene che in molti nuclei
familiari l’intensità delle ristrettezze sta riportando
d'attualità una vita di stenti che sembrava diventata solo un
ricordo di grami tempi passati. Siamo dinanzi ad una nuova
povertà: quella di redditi che un tempo assicuravano un livello
di vita almeno dignitoso e che oggi si trovano assottigliati da
altre voci al passivo. Ciò che si ha di fronte è un meccanismo a
suo modo infernale, rapacemente in cerca di ricchezze che
seminano però per strada nuove povertà costruite non da
privazioni di base, ma dall’eccedenza di bisogni.
A Natale questa tendenza all’eccesso sembra farsi più forte, con
l’inevitabile corsa ai regali. È giusto ed è bello scambiarsi
dei doni, ma sempre nell’ottica simbolica della festa per il
Dono più grande che è Gesù. Nel vortice dei festeggiamenti non
dimentichiamoci del Festeggiato. Lui è la ricchezza, tutto il
resto sia sobrietà, contorno, accompagnamento alla festa.
Gesù è nato in un luogo poverissimo, come il più povero tra i
poveri, accolto in una mangiatoia. Poi è stato costretto a
fuggire in Egitto con Maria e Giuseppe, ed ha sperimentato la
terra straniera, è stato un migrante. Questo deve aiutarci a
considerare ancora di più il disagio di tanti che sono nella
stessa condizione. Un’ulteriore categoria di poveri che
caratterizza i nostri tempi: una delle nuove forme di schiavitù.
Sono le tante facce di una povertà che si riteneva scomparsa, o
superata, ma che invece si rifà viva anche sul nostro
territorio, come carico aggiuntivo delle povertà, per così dire,
tradizionali.
Chi ha meno bisogno delle analisi di esperti o della stessa
eloquenza dei numeri per capire e valutare a fondo le dimensioni
di ciò che accade, lo posso ben dire, è la comunità ecclesiale.
I nostri organismi diocesani, gli istituti di assistenza, i
conventi sono più che mai presìdi di una solidarietà che -essa
sì- non conosce crisi.
Il rischio è che la solidarietà possa ridursi a un’opera solo
lodevole e meritoria, e non anche, com’è avvenuto finora,
proporsi come elemento sussidiariamente risolutivo.
Ma avvertiamo anche, proprio come Chiesa, una responsabilità
nuova e più esigente, della quale si è fatto interprete papa
BenedettoXVI nella Caritas in Veritate, indicando la strada di
un “profondo rinnovamento culturale” e della “riscoperta dei
valori di fondo per costruire un futuro migliore”.
La crisi che ci pone “davanti al fallimento di un modello
unilaterale e materialistico e che ignora il bene comune” impone
radicali cambiamenti anche negli stili e nei comportamenti di
vita. Il Papa esorta ad essere creativi: “Gli aspetti della
crisi e delle sue soluzioni, nonché di un futuro nuovo possibile
sviluppo, sono sempre più interconnessi. La complessità e
gravità dell'attuale crisi economica giustamente ci preoccupa,
ma dobbiamo assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove
responsabilità...”.
Questa responsabilità interpella direttamente anche il vostro
Pastore e tutta la Chiesa salernitana. Non viviamo in un mondo a
parte, o in un’isola felice. Le famiglie a cui guardo con
preoccupazione, sono le famiglie della nostra diocesi, che
stentano, come e più delle altre, a far fronte ai propri
impegni; ad assicurare un futuro sereno ai figli. Anche sul
nostro territorio la crisi sta aggredendo un comparto produttivo
un tempo solido e di riconosciuto prestigio. Alla crisi e alla
chiusura di fabbriche, fanno da sfondo le difficoltà di una rete
commerciale in cui cominciano ad emergere non poche smagliature.
Il volto di Salerno, fatto di vitalità e bellezza, riesce a
nascondere, almeno in superficie, disagi e difficoltà che pure
esistono.
Come Pastore di questa diocesi, so di poter contare su una
Chiesa pienamente consapevole, in tutti i suoi componenti -a
cominciare dai suoi presbiteri- della sua primaria missione,
l'annuncio di Cristo, e della sua responsabilità verso i
fratelli. La crisi economica richiama a una particolare
vicinanza verso i più deboli e gli ultimi della fila. In questo
scenario la gratuità è chiamata a compiere un deciso passo in
avanti.
Come e più che in passato la solidarietà non verrà mai meno:
continuerà ad essere il segno distintivo di una comunità che,
semmai, intende affinare sempre più la natura ecclesiale del
proprio impegno. Saremo sempre vicini a chi di questa crisi paga
o si appresta a pagare le conseguenze più gravi: chi busserà
alla nostra porta per cercare sostegno e solidarietà avrà
l'accoglienza più piena e potrà contare sulla comprensione più
totale. È necessario che le nostre comunità parrocchiali offrano
risposte di prossimità e di solidarietà e che tutti siano
disposti a camminare insieme, a portare gli uni i pesi degli
altri.
Le famiglie, i movimenti e le associazioni ecclesiali devono
avvertire l’emergenza di un’educazione autentica al dono di sé.
Oggi più che mai è prioritario promuovere e
diffondere scelte e stili di vita personali e comunitari
improntati all’essenzialità e alla sobrietà, rigettando tutto
ciò che sa di orpello pesante e non necessario.
Forse bisogna cogliere la crisi di questi tempi come una risorsa
perché essa può aiutarci a traghettare il futuro verso mete dove
la nostra umanità sia davvero al centro della nostra
quotidianità. Sì, a volte, è necessario andare alla scuola dei
poveri per imparare ad umanizzare la vita.
Questa crisi ci dà l’opportunità di “convertire” il nostro
rapporto con le cose: dal consumismo al consumo critico, dalla
dipendenza all’uso sobrio ed etico. Una riscoperta coraggiosa
della povertà evangelica che deve interessare ogni cristiano, la
comunità nella sua globalità. La crisi economica ci offre
l’occasione di convertire il nostro rapporto con le persone, per
dare il giusto valore alle relazioni umane che sono fondamentali
per la felicità e il senso della vita.
Il consumo critico, la sobrietà, la solidarietà sono
atteggiamenti virtuosi, perché sono la risposta semplice al
problema più grande della sostenibilità della nostra vita.
Ma la Chiesa ha anche il dovere di far presente i propri limiti.
Non è da essa che possono venir fuori soluzioni tecniche, né
formule magiche per venire a capo di una crisi che ha radici nel
campo opposto alla sua predicazione: laddove le ingiustizie
sociali e forme di sviluppo che tengono in scarso conto il
primato e la stessa dignità della persona creano situazioni di
squilibri strutturali. Il nostro impegno non può che
concentrarsi essenzialmente sulla denuncia di visioni distorte
che costituiscono la premessa di una vera e propria deriva ai
danni dell'uomo.
Quello che accade nel mondo è ben visibile a partire anche dalla
nostra terra. Ciò deve renderci consapevoli delle dimensioni del
problema e spingere ognuno a fare la propria parte. Nessuno,
infatti, può chiamarsi fuori dalle responsabilità del momento. È
necessario, sui problemi mondiali, passare dall’indifferenza
alla responsabilità. Quando diciamo che “non possiamo nulla”
vogliamo intendere che le soluzioni sono in mano a persone che
hanno responsabilità politiche ed economiche e quindi lontane
dalla nostra possibilità effettiva di fare qualcosa. Invece
tantissimo dipende dalle scelte dei singoli, in termini di stili
di vita e di consumo. Imparare a rinunciare, a “tagliare”, a non
cercare il superfluo è un passo fondamentale per dare una mano
alla famiglia umana che cerca pace e giustizia.
Ancora di più ciò è vero per le Istituzioni pubbliche e la
classe dirigente. Se l’esigenza del bene comune è un vincolo
etico al quale non è lecito sfuggire, in situazioni di crisi
essa non può che assumere un valore ancora più forte e assoluto,
fino a diventare il criterio di giustizia nella sfera dei
rapporti sociali.
In senso più lato, il bene comune va posto alla base anche di
quell'impegno politico che, secondo la famosa e bella
espressione di Paolo VI, rappresenta la più alta forma di
servizio alla carità.
Bene comune, in termini ecclesiali, si traduce in una sola
parola, costitutiva dell'essere cristiano: Amore. Amore per il
prossimo e, quindi, per tutta l’umanità e per ogni uomo. E amore
senza condizioni senza neppure la necessità di averlo meritato.
È accaduto in fondo così, al genere umano, proprio a partire da
quella Notte Santa, quando la misericordia del Padre ha fatto
dono al mondo della salvezza del Figlio.
Da quel momento è iniziata per tutti una storia nuova. Ne siamo
parte, oggi, ciascuno di noi.
Come Pastore di questa Chiesa locale avverto la responsabilità,
ma anche l’emozione, di dover condurre la mia gente a
rintracciare in maniera sempre più profonda i segni e
l'intensità di questa storia.
La luce del Natale viene da lontano, ma trapassa e travalica i
tempi. Siamo chiamati più che mai a vivere il nostro presente,
guardando però oltre con fiducia e speranza. È proprio questo
l’augurio che sento di rivolgere a tutti voi, con un pensiero di
particolare vicinanza a coloro che si trovano a vivere anche in
questo tempo il mistero della sofferenza.
Buon Natale!
Luigi Moretti
IdeaVision2011
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