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Verso Santiago - Epilogo del mio Cammino

Il Cammino mi ha insegnato la sua più grande lezione quando è finito, quando ho lasciato Santiago, quando nel pullman andavo in aeroporto, quando pensavo ai giorni trascorsi a camminare, alla fatica fatta per arrivare lì, e quando pensavo a quel momento in cui sul Monte de Gozo, accanto ai due bronzei Pellegrini ho visto, laggiù nella valle, il profilo delle guglie della Cattedrale. In quel momento, inciso in modo indelebile nella mia memoria, ho realizzato di essere arrivato. Avevo paura. Paura per il significato che avrebbe assunto il Cammino una volta finito. Avevo le idee un po’ confuse. E come ho imparato a fare in questi casi, ho aspettato che gli eventi accadessero, che le emozioni evolvessero e maturassero affinché io riuscissi a capire veramente fino in fondo perché ero lì. Camminare ti insegna a vivere la vita con lentezza, insegna la pazienza, insegna a convivere con l’attesa senza ansia. E così è stato. Ho capito ciò che rappresentava il Cammino quando stavo per tornare a casa. Per spiegarlo però devo ripercorrere alcuni momenti. Rivivo i ricordi in cui è cominciato a maturare il desiderio di farlo, da quando ne sono venuto a conoscenza attraverso il libro di Coelho negli anni dell’università. Negli anni seguenti poi ci sono stati i racconti di qualche amico che l’aveva fatto, i diari di viaggio letti sul web, un paio di film, e ho cominciato ad interessarmi seriamente. Ho capito che non avevo la preparazione fisica per affrontare questo viaggio. Decido così di avvicinarmi al mondo del trekking, ed inizio ad andare in montagna. Comincio a frequentare i Moscardini, dove ho conosciuto quelli che sarebbero diventati tanti carissimi amici, e che aspettano il mio ritorno per sapere come è andata. E qui ho ricevuto il primo regalo che mi ha fatto il Cammino, prima ancora che lo facessi, ho scoperto la gioia e la bellezza di andare in montagna. Di camminare nei boschi, salire su monti da cui godere di una vista e di un panorama straordinario. Di un pranzo frugale consumato sotto un albero. Del silenzio assoluto che solo in montagna si può godere. Negli ultimi due anni ho potuto vedere dei posti meravigliosi, che solo a piedi si possono raggiungere. Non solo, la montagna ti fa incontrare tante persone eccezionali, e chiacchierando con loro lungo i tanti sentieri che ho percorso ho avuto la possibilità di conoscerli, di avere una nuova famiglia legata da una grande e sincera comune passione. Da molti Moscardini, in particolare dal Cappit, da Giovanni, da Giacomo, da Cuccurullo, da Franco, e da altri amici come Francesco, Ciro, Alberto e altri ancora di cui mi onoro di essere amico ho imparato a camminare. Me lo hanno insegnato loro. Io camminavo con loro, ma il mio desiderio era quello di essere qui un giorno. Penso a tutti i giorni che ho impiegato a raggiungere Santiago. Ai dolori, alla tendinite, a quello che ho visto, quello che ho provato camminando ogni giorno, o sulla Cruz de Hierro, e sono felice della scelta di averlo voluto fare da solo, e della conseguente scelta di aver continuato a volerlo fare da solo nonostante io abbia conosciuto tanti amici lungo il percorso e alle cene negli albergues. Li ricordo tutti, i loro volti, i loro sorrisi, i passi fatti insieme, Juan da San Salvador incontrato sul pullman da Madrid a Leon, i miei amici sudafricani del primo giorno, Viktoria il secondo giorno, e poi Riccardo, Barbara, Matteo e Deborah ad Astorga, Andrea e Gabriella incontrati la prima volta a Manjarin, Teresa e Leslie, il caro amico australiano di Cittadella, il simpatico Hospitslero Francisco Rodriguez, Fernando e il suo cane Smile, Andrea e Valentina, la carissima Fiona, Vlad e Brian, Graziano a Francesca, Plinio e Pino, Massimiliano, Lorenzo, Johanna, Oliver, George, Wenjia Jiang, Enzo e lo straordinario Pablo, Nicola e Federica, Federico e Francesca, Gaetano, e tutti gli altri, tanti, di cui non conosco il nome, che ho incontrato spesso, anche loro solitari come me, e con i quali scambiavo sempre un saluto, un sorriso, una stretta di mano, chiedersi a vicenda come andava, raccontarsi dei dolori, della fatica, e poi proseguire di nuovo, da soli. Quasi tutti incontrati a Santiago. Perché è questo il significato del Cammino, come nella vita, incontriamo tante persone, con alcune camminiamo insieme, parliamo, creiamo un legame, soffriamo, amiamo, ma allo stesso tempo bisogna avere la forza di salutarli quando le nostre strade si dividono. La vita presenta sempre nuove strade da percorrere, nuovi Cammini, nuovi incontri, nuove sfide, nuove esperienze. È così che si cresce nella mente e nello spirito. È questa la vera essenza della vita, e del Cammino, una continua nuova scoperta. Ma percorrere altre strade non fa sminuire quello che ho vissuto, il ricordo di tutto ciò resterà sempre con me. Indelebile. Come immensa è la gratitudine per coloro che hanno inconsapevolmente contribuito affinché tutto ciò avvenisse. Gli ultimi due giorni a Santiago sono stati meravigliosi, ho finalmente potuto vivere la mia esperienza sotto un profondo, ricercato e voluto profilo spirituale. Mi scuserete ma questo aspetto è stato straordinario, e ne sono estremamente geloso, devo custodirlo e proteggerlo, e per questo motivo non ve lo posso raccontare. Una ultima cosa, in fondo solo non lo sono mai stato, molti di voi erano comunque con me.


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