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I proverbi dei nostri antenati - Seconda parte

E che dire di “Gutta cavat lapidem“, (la goccia scava la pietra, – Chi la dura la vince), traducibile, con il classico vernacolo “Ricette ‘a ppappace vicino a noce, ràmme ‘o tiempe che sempe t’à spurtose“, oppure “A carocchia a carocchia, Pulicinella accìrette ‘a mugliera“. di Nicola Montanile



Non bisogna trascurare le allegorie come “Lupus in fabula“, (il lupo nella favola), quando così si dice al sopraggiungere di una persona di cui si sta parlando, specialmente, sparlando; l’espressione ha origine dal fatto che nelle favole di Esopo l’animale appare molto spesso anche se la locuzione, sembra sia, erroneamente, tradotta.

In effetti la fabula, in latino, originariamente, significava “favella”per cui la traduzione, dovrebbe essere, “Il lupo nella favella”.

Infatti, anticamente, si opinava che la vista, all’improvviso”, del lupo togliesse la parola (favella), cioè facesse ammutolire dallo spavento, per cui viene usata per dire che è arrivata una persona che ci obbliga a troncare il discorso.

La frase, però, ha anche un significato scherzoso “Stamme parlanne ‘e te“, o “Parlanne rò riavulo, accumparene ‘e corne“.

Del riabilitato da San Francesco, abbiamo anche “Lupus carnem lupinam non edit“, (il lupo non mangia carne di lupo, corrispondente al nostro: lupo non mangia lupo), “‘O ruosse, nu tocca ‘o ruosso“, anche nel campo, dei mestieri.

Risaputo il perché “In bocca al lupo! Crepi!” e ricordandoci della rubrica “La lingua batte dove il dente duole”, vi sono le storpiature di “Lupus in fabbrica”, nonche “Ecco il geometra”, che sta per “Ecce homo”.

Si continua, intanto, con “Cum quibus“, (con i quali, per indicare i soldi, con i cui si ottiene tutto) e quale, modo migliore esiste, in proposito, se non “Senza sordi, nun se cantene messe“.

Si passa, adesso,a “Stultorum est dicere: credebam“, (è da stolti dire <credevo>), tradotto con “Pensave, pigliave trent’anni” e “Spes ultima dea" (sott. est), (la speranza è l’ultima dea), corrispondente al nostro: la speranza è l’ultima a morire), la quale traduzione, suona così “Chi ‘e speranza campa e speranza ( disperato) more“.

L’esortazione ad attaccare Enea, rivolta a Turno “Audentes fortuna iuvat”, riportata poi, “Audaces fortuna iuvat“, (la fortuna aiuta gli audaci), va tradotta o “Chi non risica, non rosica” oppure “Chi tene paura se mmore ‘e famme” e “Chi uarda cull’uocchi, uaragna capocchie “.

La storica frase, attribuita a Cesare, sul punto di passare il Rubicone, “Alea iacta est“, (il dado è tratto), indicante una decisione irrevocabile, trova riscontro in “Chelle che fatte e fatte“.

Scambio, confusione di parole, in latino suona “qui pro quo“, che, in modo, letterale, sta (qui – ho preso – per quo), ebbene, eccoci ad “‘A pigliate assi, pe fiaure“, o “‘A merda p’à cicculata” e, “de visu“, (di vista, avendo il significato, coi propri occhi, personalmente, “‘E cumme a san Tummase, se nun tocca, nun c’è crere“.

Non si può non tener presente, “Dulcis in fundo“, che, veramente, si direbbe Dulce in fundo (il dolce è nel fondo); si usa per annunciare a qualcuno, qualcosa di gradevole, o, ironicamente, di sgradevole, che si potrebbe tradure anche con “ ‘O doce sta sempe sott’à tazza“.

La sententia “Fortuna fortes metuit, ignavos premit“, (la fortuna teme i forti, calpestra i vili), alias ” ‘O cane mozzaca sempre ‘o stracciate

Il proverbium “Aut bibat, aut abeat“, (al ballo si va per ballare”, potrebbe corrispondere a ” A vulute ‘a bicicletta e mò pedala“.

Ci fermiamo con “Mutatis mutandis“, che non sarebbe, un cambiatevi le mutande, ma (cambiate le cose che si devono cambiare); viene

usato nel senso: fatti i dovuti cambiamenti, fatte le correzioni necessarie, con riferimento a cambiamenti che non alterino la sostanza, per cui la situazione rimane sempre la stessa, ovvero “Cagnene ‘e musicanti, ma ‘a musica è sempe a stessa“, “Absit iniura verbis” si consiglia il vocabolario Politico – Amministrativo e Amministrativo – Politico – Editori: Palco & Promesse.

Sic stantibus rebus, non meravigliamoci e sorprendiamoci più di tanto come fece il povero Cesare che ebbe solo il tempo d’imprecare -qualcuno lo ha messo in dubbio – “Tu quoque, Brute, fili mi“, (Cumme cuoci brutt’ figliu mio“, si aspetta la traduzione della puntata precedente più quest’altra ” I Vitelli sono belli”; italiano in latino o viceversa?

Purtroppo “Qui sta il Busillis!”, la cui spiegazione della frase è narrata in una novella del medioevo: uno studente alquanto ignorante, durante un esame, doveva tradurre un brano del vangelo, iniziando con le parole "In diebus illis...", (in quei giorni) e lo sventurato lesse "Indie busillis", per cui tradusse, candidamente, "Le Indie", poi ci pensò un po', ed infine perse la pazienza, ed esclamò - busillis! Quì sta il difficile e da allora la parola passò a significare "Difficoltà", problema di difficile soluzione.

Insomma, ancora una volta, in volgare, "L'accqua appantanate, quanne cchiù 'o muove, cchiù fete".

E che dire del "More solito", significante (secondo il solito costume) ovvero: ha preso la parola e more solito, ha fatto una figuraccia alias

" 'A fatte a solita fescene pampinosa".

Si conclude, per non annoiare, con "Pro domo sua", (Cicero pro domo sua), titolo di una orazione di Cicerone); espressione latina per alludere a chi difende solo i propri interessi, traducibile:"Penza e parla pè cazzi suoi".